Dr. Prp, abbiamo delle domande su CEA-032
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Avete mai sentito il legno urlare?
Il legno non può provare dolore, né alcun tipo di compassione; non è attaccato a forti emozioni eppure quando urla lo fa con tenacia.
Alcuni legni sono timidi, quando gli pieghi nascondono la propria voce; altri invece sono orgogliosi: come il bambù per esempio! Lo pieghi, lo torci, lo spezzi; ma si terrà quell'urlo solo per la vera fine.
Ma nessun legno soffre, no no. Loro urlano per qualcos'altro, ma non è paura; il legno non ha paura di morire, non ha paura di venir levigato, perforato, o addirittura triturato. Non c'è differenza tra le urla di un ramo caduto da quello di un ramo in fioritura.

Conosco pochi legni che non urlano.
Prendi questa scrivania per esempio… così lucida, ogni scheggia contata e ordinata; ognuna numerata e in file parallele: in perfetto ordine. Ogni cassetto tagliato della giusta misura, tutte le gambe livellate al terreno; nessun graffio in vista sulla tavolata principale.

Non ditelo al dottore, ma dalla prima volta che sono entrato nel suo ufficio, ho sempre ammirato la cura che ha prestato a quel mobile. Una parte di me lo invidia.

"Dr. Prp, per favore, continui la sua narrativa."

Sento ogni fibra delle mie labbra contrarsi e trattenersi, allacciata l'una con l'altra; ma non riesco a resistermi. Rilascio un timido sorriso, scuoto la testa e rispondo cordialmente:

<Dottore, io non me lo ricordo.>

Il gentiluomo appoggia rassegnato i propri occhiali sulla scrivania, unisce i sopraccigli con le punta delle dita per poi sospirare:

"Dr. Prp, non possiamo continuare così. Questo sta diventando pesante per entrambi."

<Posso almeno togliermi le manette?>

L'uomo, scosso, agita la sua mano verso di me come forma di disdegno; non penso di essergli mai stato simpatico.
La guardia a mio lato, comprendendo la situazione, si avvicina a togliere le mie restrizioni.
Inserendo la chiave nell'inserto, mi unisce i polsi fermamente con una mano; gentilmente, mi consiglia:

"Questa volta non farti del male… ok?"

Annuisco brevemente.
Non prometto nulla, ma non inganno nessuno, pure lui lo sa, ma è meglio così per entrambi. L'ultima cosa che vorrei è rendergli il lavoro più difficile.
È bello sentire finalmente i polsi liberi, ma non voglio farglielo sapere.
Guardo oltre la scrivania, sento lo sguardo del dottore fisso su di me, spazientito; con una matita in una mano, e la sua agenda nell’altra, sfoglia le pagine in silenzio. Eventualmente, ferma tra le sue fredde unghie una data; e mi parla , con tono rimproverante:

"Stesso giorno. Stessa ora."

Le sue parole mi graffiano i timpani; giro gli occhi e rimango in silenzio; non c'è bisogno di rispondere.
Il gentil dottore chiude l'agenda, ripone i suoi fogli e penne nei cassetti e raduna i suoi colleghi. Tutti si alzano all'unisono, si sentono le sedie ruggire contro la moquette rossa del pavimento; li vedo muoversi attraverso la stanza, densa di fumo, che si deforma col passare di ogni persona. Le guardie sono le ultime ad andarsene, mi accompagnano frettolosamente fuori dall'ufficio; il dottore, giunto davanti ai suoi compagni, marciò insieme a loro. Ognuno di questi era più distratto e brontolone dell’altro; la parata dei camici più lunghi seguita dall’esposizione degli occhiali più spessi; conclusa solo dalla competizione dell’ego più grande di questa annata. Ci separiamo davanti all'ufficio, le guardie assieme a loro.

Odio quegli uomini, ma almeno, ora sono di nuovo un uomo libero;

Un uomo di quelli senza incarico, di quelli che se vengono pagati è per stare in caffetteria; e questo faccio.
Non c'è quasi mai nessuno a quest'ora, tutto è calmo e tranquillo. Mi servo una tazza di caffè nell'attesa che qualcosa di interessante accada. Aspetto a lungo, ma le mie speranze erano invano.
A volte dei colleghi si avvicinano a parlare ma… non è mai nulla che valga la pena ascoltare.

A fine giornata, cammino sotto le luci bianche del corridoio e mi trascino verso il mio ufficio. Nonostante sia stato allontanato da CEA-032, niente mi vieta di continuare la mia ricerca su di lui. In questa occasione, preparo meticolosamente il mio studio; ogni carta ordinata, ogni libro impilato, ogni luce brillante. Affilo ogni matita, ricarico ogni batteria; riciclo ogni immondizia, ordino tutto in ordine alfabetico; oleo tutte le giunzioni, livello ogni piano inclinato. Infine, indosso i miei migliori abiti, e aspetto pazientemente il mio lavoro.
Nonostante il mio passato, Dr. Mon ha accettato di rimanere in contatto.
Egli mi onora della sua apparizione; appena entrato, non mi complimenta, non mi giudica, nemmeno commenta lo stato del mio studio.
Ne sono grato.
Il suo impegno per l'affare di 032 è considerevole: lo apprezzo molto. Sfogliamo ogni richiesta, ogni modulo e formato mandateci da superiori e aspiranti. Ci colleghiamo al database e rileggiamo per la milionesima volta l'articolo; Dr. Mon commenta:

"Fermo! Qui; ingrandisci un attimo… grazie: cosa succede se qualcuno chiedesse a un suo amico fuori dalla cella di contenimento di aspettarlo fuori?"

<Anomalia temporale: lo abbiamo già spiegato poche righ->

"Nono, non hai capito.", mi interrompe Dr. Mon, "Lui non ha mai incontrato 032. Non ha motivo di essere affetto dall'anomalia, per lui il tempo rimane immobile per nessun motivo."

<Possiamo giustificarlo dicendo che, siccome è coinvolto con l'esperimento che avviene all'interno, anche lui è affetto dalla sua anomalia>

"E riguardo l'intera struttura? Perché loro dovrebbero sentire il cambio temporale?"

Mi metto a pensare un secondo; parte di me realizza che ha ragione… ma non voglio ammetterlo:

<Qualcuno ti ha fatto questa specifica domanda?>

"No, non ancora. Ma è destinata ad arrivare"

<Ha già parlato con Dr. Blu?>

"Non ne vuole avere niente a che fare… siamo da soli."

<Dì a Dr. Wer che abbiamo problemi con un'anomalia amnesica>

"No!", impone Dr. Mon, "Dobbiamo farcela da soli."

Il gesto mi spaventa un poco. Rimango fisso sulla mia sedia a osservare lo schermo: rimango per qualche secondo ad osservare ogni singolo pixel che lo compone; ognuno, pulsante, di un bianco fisso ma in qualche modo acceso e vivo. Ne sono certo: inizio a vedere alcuni dei pixel muoversi a intermittenza, trascinandosi a striscioni per uscire da questo mio schermo!

Spengo il computer e avverto Dr. Mon:

<Sta iniziando.>

Dr. Mon mi guarda con un'espressione generata da un misto di odio, stranezza, fastidio…forse anche un poco di compassione;Mi risponde:
"Stai peggiorando."
La vergogna mi prende a due mani, inchina il mio capo e mi ruba lo sguardo. Non potendolo più guardare negli occhi, rispondo con un morbido:

<Lo so.>

Non so bene cosa stia succedendo adesso, ma sento Dr. Mon ritirare i documenti, alzarsi e marciare via. Mi convinco finalmente di riprendermi; alzo la testa e mi guardo intorno: l'intera stanza ridotta a un vago disordine. Ritiro penne e documenti, metto in tasca le mie gambe, per poi trascinarmi lentamente verso l'area dei dormitori.

Armato di una torcia e buone intenzioni, mi faccio strada tra la foresta di materassi, e termino la già lunga giornata.




Non so bene a che ora; mi sveglio di notte, è tardi, sono troppo stanco per pensare chiaramente. Sento sfrigolare la gamba destra, questo non è il miglior modo di svegliarsi.
Scendo dal letto, non sono al sicuro. Intorno a me vi sono enormi alberi fatti puramente di ferro e gomma piuma; ronfi, grugniti, e voci si odono tra le spoglie. È buio, il sole non è ancora alto. Non mi sento sicuro a dormire qui. Tra la fauna locale, sentì emanato il mio nome; ma era troppo tardi; ho trovato la porta fuori da questa selva, e non mi volterò per tornare indietro! Corsi via con i miei tacchi in piombo. Spero di non aver allertato nessuno…
Fuori dai dormitori, mi ritrovo all’interno di un interminabile tunnel di luce. Fortunatamente, ho speso un grande ammontare di tempo a memorizzare ogni angolo di questo labirinto. So esattamente dove andare e come orientarmi. Mi guardo intorno; nulla di irregolare.

Il mio obiettivo è ora quello di ritrovare il mio ufficio; ho un buon presentimento che sarò al sicuro lì. Mi incammino per il tunnel in bianco; a ogni mio passo sento i miei passi rompere la quiete, tengo le orecchie tese nella speranza di non aver allertato nessuno. Non ho ben chiaro dove sto andando; trascino la mia mano contro il bagliore che compone questo tunnel, queste non bruciano, ma con queste luce, è molto facile perdere il senso dell’orientamento: se le mia mano sinistra appoggia contro il chiaro, allora sto andando nella direzione giusta.
In fondo al corridoio avvisto un uomo avvicinarsi a me; questi di molto più alto di me, spesso in muscoli e pesante in armamento. Prima che potessi reagire, mi trattiene dal proseguire; questi mi domanda:

"Dr. Prp! Un'altra passeggiata notturna vedo."

<Non riesco a dormire.>, rispondo umilmente;

"Aah! Capisco. Non c'è niente di male nel farsi due passi di tanto in tanto."

<Già…>

Si forma un silenzio incomodo; quasi mi piego in due dal dolore.
"Vabbe', non ti trattengo ulteriormente. Mi raccomando, non farti del male."

Annuisco brevemente e proseguo il mio cammino. Ci dividiamo ognuno per il proprio sentiero, ma non dovrei essere lontano dal mio arrivo.

Infatti, finalmente, dopo una eternità di luce, raggiungo il mio ufficio. Tremante, guardo le mie mani, ormai ridotte a un cumulo di gelatina, stanche e pesanti da tutto quello strascinare; riesco in qualche modo a inserire la chiave, e girare.
Entro correndo a occhi chiusi, con la lingua come cravatta e l'aria nello stomaco. Chiudo la porta dietro di me, prendo un po’ di coraggio, e mi azzardo a guardare il mio ufficio. Tutto è regolare. Tutto è normale.
Sto ansimando, mi prendo del tempo per recuperarmi. Ogni cosa è al suo posto, mi sento di nuovo normale.

Mi siedo sulla sedia e mi appoggio sullo schienale; per passare il tempo provo a dormire, ma la luce della stanza è troppo forte per portarmelo permettere. Ne approfitto per godere un poco di calma. La struttura è molto silenziosa di notte. Per uccidere la noia, cerco di proseguire il mio lavoro sopra CEA-032; questo è impegnativo, l'associazione CEA sempre possiede qualche vincolo di autorità affinché tutti i superiori debbano aver accesso a qualsiasi documento di qualsiasi sua dannatissima versione.
È praticamente impossibile vincerli su carta… faccio fatica a trovare una soluzione.
Passano delle ore, nella speranza di trovare ispirazione, accendo il computer con l'intento di rileggere l'articolo di CEA-032 per la milionesima volta. Appena il monitor prende luce, il terrore mi assale: salto dalla sedia d’impulso; un rettangolo vivo di vermi, piccoli ma numerosi, fosforescenti, ognuno di colori palpitanti differenti cade dal mio schermo verso la scrivania. Questi formano un blocco semi-rigido movente e ripugnante. Cerco di mantenere la calma; mi guardo intorno freneticamente in cerca di qualcosa per potermi difendere. Trovo e mi armo del libro più spesso che possa trovare, e inizio a schiacciare ripetutamente quell’ammasso immondo.
Quando tutto finì mi ritrovai da solo, con nessun verme in vista. Lasciai il libro incastonato sulla scrivania, e impallidì davanti all'autorità da me commessa. Centinaia di vite tolte a causa di un mio disgusto. Ma era autodifesa! Se non facevo qualcosa… Non c’era altro modo! Non voglio morire! Non nel mio ufficio, no! Era io o loro! È… totalmente normale.

Non so più cosa fare, mi siedo sulla sedia rassegnato.
Mi sento i polmoni in mano e il cuore in gola; non so più cosa sentire.

Sento qualcuno invocare oltre la porta il mio nome; bussano, ma invano.

Perché io ho un piano.

Chiudo i miei occhi e faccio dei respiri profondi.

Qualcuno apre la porta e chiama il mio nome:

"Tutto bene Dr. Prp?"

<Sì, sto bene>

"Ho sentito dei rumori… la tua stanza è in disordine."

<Lo so.>

"È lei la causa di tutto questo rumore?"

dopo pochi istanti di silenzio, rispondo: <Stavo cadendo dalla sedia, le mie più profonde scuse>.

Con gli occhi ancora chiusi, appoggio le mani sopra al tavolo, cercando di non… toccare il libro.

L'uomo sospira, lo sento muoversi in giro per la stanza, non so cosa stia facendo, ma io da qui non mi muovo. Avvicinandosi, l’uomo si posiziona davanti a me e mi sussurra: "Cosa pensi accadrebbe se ti trovassero in questo stato?"

Incrocio le braccia, le appoggio sul tavolo e vi ci appoggio la testa, rispondo:

<Nulla, sono solo stanco.>

"Ti prego, abbi almeno la decenza di guardarmi quando ti parlo… quando la finirai col discorso dell'insonnia?"

<È trattabile.>

"Mostrami i polsi"

<Sei qui per ammanettarmi?>

"Mostrami i polsi e apri le mani, idiota"

Raddrizzo la mia schiena e mi sfrego gli occhi. Stendo le mani in avanti e gli mostro i miei palmi; sento qualcosa di liscio, di dimensioni ovali, piccolo e leggero cadermi al centro della mano, seguita dalla sensazione di due mani che chiudevano saldamente le mie.

"Questo esce direttamente dalla mia paga."

<Cos'è?>

"L'hai già provato prima. Funziona giusto perché tu non sai come funziona."

<Cosa vuol dire?>

"Abbiamo bisogno solo di un po’ di tempo."

<Per chi mi hai preso? Io non prendo niente che non sappia cosa sia.>

la figura si allontana a passi lenti, risponde:

"Lo so. Il tempo stringe Dr. Prp. Gli agenti stanno già investigando alcuni degli operati di Dr. Mon; noi ci rivedremo. Tranquillo, non sei da solo. "

<Come sai che questo funzionerà?>

"Ha sempre funzionato."

Sento una porta aprirsi e chiudersi davanti a me. Ancora troppo terrorizzato per aprire gli occhi, mi alzo; provo a toccare le pareti; sento qualcosa di viscido e liquido, seguito da un leggero ronzio oltre le pareti. Palpando, cerco di ritrovare la mia sedia, ma invano. Terrorizzato, cerco di urgenza lo stesso libro che ho cercato di evitare. Lo impugno saldamente, so di essere al sicuro!

So che posso guardarla! So che sono più forte di lei!

Cerco di capire cosa mi è stato donato da quell’uomo applicando pressione su di essa: non è frivola, sembra una capsula di qualche tipo. Provo a annusarla, ma è incolore.

Contemplo un secondo se quello che sto per fare ne valga la pena.

Socchiudo gli occhi e provo a sbirciare ciò che mi è stato dato.

Per errore, ho visto tutto. Iniziai a tremare incontrollabilmente, tengo stretta la pillola che m’ha dato; ho una insopportabile sensazione di deja vu; non so cosa sia, ma non ho tempo. Ho visto tutto! Ho visto le pareti; sono dappertutto. Le mura si muovono. Le mura si muovono. Le mura si muovono e io non so cosa fare. Sento l’acqua venirmi agli occhi, sto per vomitare; mi piego sulle mie gambe, quell’uomo ha detto che ha sempre funzionato! Ingoio la pastiglia senza pensarci due volte. Anche il pavimento inizia a muoversi, se non trovo una soluzione temo il peggio… ma sono troppo terrorizzato per muovermi. Oh cielo, non voglio muovermi anch’io.

Presto, un forte sonno mi colpisce; non posso combatterlo… lascio cadere il libro, e nelle mie ultime volontà, giungo le mani e chiedo il perdono per tutti i miei peccati; e mentre le mie mani sono rivolte verso il cielo, le mie gambe mi cedono, e cado a terra.




Mi risveglio una volta ancora all’interno dei miei dormitori. Mi sento la testa pesante… quasi come se mi avesse investito un muro. Controllo l’orologio, è presto nel pomeriggio. Sospiro; scendo dal letto e mi pongo la mia solita divisa. A metà del processo penso tra me e me: ”Strano… non ricordavo averla stirata”. Questa non odora nemmeno di pulito; non ho la minima idea di quando l’abbia mandata a lavare… o quando io abbia avuto tempo di stirarla, per l’appunto. Ci sarà qualcuno nel mondo che mi vorrà ancora bene, suppongo. Esco dai dormitori; un uomo di quelli senza incarico come me, dello stesso tipo che…se vengono pagati è per stare in caffetteria; non mi rimane nient’altro da fare.
Cammino per i corridoi, salutando la gentile guardia di turno:

<Dormito bene?>, mi chiede

“tutto sommato… sì; non ho di che lamentarmi”

<Grande campione! Questo è lo spirito, sono felice che tu abbia risolto questo tuo problema…>

“Sì… ci vediamo in giro!”, gli risposi. Egli ricambia il favore, e io continuo per la mia strada.

All’entrata della caffetteria trovai, nervoso come non mai, Dr. Mon a bloccarmi la strada.

<Dove sei stato per tutto questo tempo!? Ti ho cercato dappertutto!>

“Ero ai dormitori, perché? Cos’è successo?”

<Ssh, non c’è tempo per spiegare. Andiamo nel tuo ufficio, ti devo parlare con la massima urgenza…>

Ci recammo a passo svelto verso il mio studio. Una volta arrivati, giro la chiave all’interno della serratura; ma questa era già aperta. Girai la maniglia e la porta si spalancò… all’interno del mio ufficio una grande confusione; oggetti sparsi per terra, fogli stracciati, e altri piccoli danni.
Preoccupato, commento: “Cielo, sembra che qualcuno abbia combattuto qui dentro…”

<Dr.Prp! Queste condizioni sono… inaccettabile, come si suppone che lavori in queste condizioni!?>, mi commenta Dr. Mon;

“Riordinerò a lavoro finito… pensa dovrei compilare un report?”

<E per cosa? Nono, ci mancherebbe solo che iniziassero a indagare il tuo ufficio!>

“È la terza volta che cambio la serratura. Non so più cosa fare.”

<Tranquillo; tanto non rubano mai nulla di importante>

Tra me e me… penso che di sto passo ci morirò all’interno di questo ufficio. La sola idea mi innervosisce. Però ha ragione, meglio non attirare troppo l’attenzione. Ci accomodiamo all’interno dello studio; premo il pulsante di accensione del computer per interrogare il database per la milionesima volta. Attendo una risposta dalla macchina, il computer è acceso, ma la mia vista è persa guardando lo schermo nero. Osservo il mio riflesso per mezzo minuto, nonostante il sonno ricevuto, ho ancora le occhiaie.

“Tsk, il monitor non funziona.”

<Il monitor deve funzionare! Hai controllato il cavo?>

“Se il cavo non fosse collegato, il computer non sarebbe partito-”

<Prova a toglierlo e rimetterlo>

“Non succede nulla; devo mandarlo in riparazione”

<Questa volta ti hanno rotto il monitor huh…?>

“Penso si sia… fritto in qualche modo. Non ricordo di averlo usato così tanto…”

Cerco di sentire col tatto lo schermo per controllare il suo stato; sento la punta delle mie dita sprofondare leggermente dentro il monitor. Ritiro la mia mano di scatto, ma prima che potessi commentare qualsiasi cosa, Dr. Mon si alza dalla sedia e decide di continuare un altro giorno.

“Non eri tu che avevi tutta questa fretta di lavorare oggi?”

<Sì, sì, ma mi son dimenticato di un impegno importante. Vai in caffetteria, prenditi un caffè e prenditi la giornata libera. Ti consegnerò io il report quando saranno pronti.>

Non rifiutai la sua proposta. Uscimmo entrambi dalla stanza; mi assicuro di chiudere fermamente la porta prima di andarmene. E da lì, le mie giornate diventano monotone. In caffetteria non c’è niente che possa distrarre; la gente passa, parla, discute dei loro problemi… non posso nemmeno mettermi a lavorare, solo alle merci di chi mi viene parlare. Apprezzo che c’è gente che mi viene a chiedere qualche consiglio di tanto in tanto; ancora qualcuno si ricorda del bene che ho fatto… alcuni ricercatori in loco hanno troppi problemi sulle mani; essendo tra i pochi in questo periodo con un po’ di tempo libero, mi piace discutere con loro di come risolvere questioni di natura anomala. Oggi c’è particolare interesse sopra CEA-015; ammetto che potrebbe causare problemi di tanto in tanto, tutti ragionano su come contenerlo o… terminarlo in qualche modo. Io mi chiedo: non sarebbe più semplice trasferirci? Prima lo si fa e meglio è… ma ci saranno dei motivi. È persino riuscita ad arrivarmi notizie su CEA-024; non so cosa ci facessero qui dei ricercatori da quella zona, né conosco a che campo appartenga l’anomalia, ma è bello sentire notizie da colleghi. Mi rassicura che, in fondo, tra i vari problemi l’associazione sta tirando avanti. I ragazzi mi salutano; io continuo a pensare per un paio di minuti… parlando di "ammasso nero"… qualche giorno fa… non sento più Dr. Mon da un po’ di tempo. L’ultima volta, mi par di aver visto qualcosa nel mio schermo. Sarò pure un po’ paranoico; ma non riesco a stare tranquillo; se il dottore mi vedesse rientrare nel mio studio potrebbe pensare che mi sia rimesso a lavorare… e se fosse già iniziato? Devo rimanere lontano dagli schermi; è l’unica maniera di rimanere sicuri. Al termine della giornata; dopo l’ora di cena, passo per i bagni a lavarmi e andare a dormire. Mi guardo allo specchio; nonostante questi giorni di sonno, il mio volto si ritore su sé stesso. Vedo le mie occhiaie scavate nel profondo del mio viso; di colore violaceo, formano lo sfondo su cui i miei occhi rossi tramontano. Continuo a esaminare la mia immagine con cura; non mi riconosco nel mio riflesso. Non posso essere io! Spalanco gli occhi al pensare, in terrore: non è il riflesso il problema? Dentro la stanza vi è un altro ricercatore; con la coda degli occhi lo osservo raccogliere i suoi panni e dirigersi verso l’uscita. Mi giro di scatto verso di lui, mi sbilancio in avanti e a mano tesa gli imploro:

“No! Non te ne andare!”

L’uomo, preso di sorpresa, fa un passo indietro e mi restituisce il mio stesso sguardo. Sfortunatamente, la mia fama mi precede. Esso riottiene la calma, e termina la sua uscita; ed io, da solo, impossibilitato a inseguirlo, non posso fare altro se non guardare fissamente il mio riflesso. Lo giuro, posso giurarlo; si è mosso, deve essersi mosso! Scuto ogni angolo del mio volto, fermo e immobile davanti a me. Ogni micro movimento che eseguo corrisponde a una sua opportunità di movimento. Ma io sono più furbo! Conosco gli esseri come lui! Sorrido, già so cosa devo fare. Sono stufo di correre! Punto il dito contro la creatura; urlo, che mi possa sentire: “Tu non sei nessuno senza di me!”. Ho finito di correre via! Non mi interessa se sei reale… io ti troverò! Ed allora sarai tu quello a nasconderti! Ti troverò tra i corridoi, ti cercherò dietro agli specchi! Sarò la ragione per la quale perderai il sonno! Vivrò nel tuo mondo; farò in modo che io sia l’unica cosa tu possa vedere! Sarò la luce dietro la tua retina! Così insopportabilmente presente da graffiarti le ossa!

Sarò la coscienza nella tua presenza; la tua vigenza di cantar scienza; la tua unica udienza che fa della tua indifferenza la sua unica residenza! Perché son stufo della tua violenza! Son stanco della tua influenza! E che sia io, nella mia veggenza, a far nel mio destino la mia propria differenza!

E confesso che da quando tempo è vecchio che cercavo questo coraggio. Chiudo la mano e la stringo parecchio, perché ogni mia calma io oggi rilascio, in questo mio oltraggio, la mia ira in uno slancio contro lo specchio.

La mia mano si infrange in un mille di pezzi.

Loro dicono di avermi sentito urlare; io non so cosa stavo pensando. Mi alzano da terra; il pavimento ancora sporco di rosso. Non mi sento più le nocche. Mentre mi trascinano, riesco a vedere la creatura sparsa fra i frammenti sul pavimento; ed egli ride! Mi portano fuori dalla stanza d’urgenza verso l’ala medica della struttura. Nonostante tutto, fui io quello che rimase tremando.


Mi sospesero un altro mese di attività.


Mi ammanettarono al letto per il resto della notte. Fortunatamente; sto bene.
Vidi i dottori parlare su di me… mi dividevano e facevano di me la loro carcassa da macello. Riuscivo a vedere le linee tratteggiate sui poster dei laboratori; odio i dottori. Mi fecero bere qualche medicinale; mai dissero quello che era. Prima, aprivano la polvere e me la buttavano in canna; poi, mi passavano il grilletto, e dicevano la loro solita frase: “Due volte al giorno, sempre dopo i pasti”.

Ogni giorno, vedevo gente spararsi regolarmente…

Io passai.

Ed ora mi ritrovo qui; con una mano fasciata e al sapore di vetro, convocato per quella bellissima sezione settimanale che tanto agognavo. Tolto e slegato dal mio letto, ora seduto in una segna di legno nel suo ufficio; “Dobbiamo parlare.”, e con urgenza io aggiungerei!

Lui, tutto felice e senza pensieri dal suo lato di quella scrivania; ordinata, come sempre, sopra il suo pavimento ricoperto in moquette. Io ed i miei polmoni, mentre combattiamo contro il fumo nella stanza, cerchiamo di aggradare la gentile figura; e, sfortunatamente, non posso evitare di sorridere. Nonostante ogni fibra delle mie labbra si interlaccino tra sé per combattere questo mio impulso, è troppo divertente il suo volto… la faccia di qualcuno che si aspetti che tutto questo cambi. Rispondo: “Mi dica, dottore”.

L’uomo, già infastidito dal momento che mi hanno trascinato qui, esclama:
<Siamo molto preoccupati per il suo stato medico.>

“Sto migliorando, dottore.”

<Ti stai ammazzando, Dr.Prp.>

“Ce la posso fare, ho solo bisogno di un po’ di tempo.”

L’uomo sospira; non lo riesco nemmeno più a vedere chiaramente. Non riesco a distinguere se il suo volto sia di genuina preoccupazione o di puro sconforto. Mi risponde:

<Può dirci perché ha deciso di rompere lo specchio dei bagni dei dormitori?>

“Non.. non ne sono ben sicuro, dottore.”

<Sigh, dimmi almeno che sai perché sei qui…>

scuoto la testa leggermente; il mondo si distorce intorno a me, inizio a sentire sintomi di vertigini… non riesco nemmeno più a vedere il dottore chiaramente ormai. Mi tengo alla sedia, nella speranza di non cadere in mare.

L’uomo, spazientito, divide a metà la sua prestigiosa scrivania a metà. Si alza e distrugge la stanza con la sua voce; chiedendo rancorosamente:

<Dr.Prp! Siamo qui da settimane! La prego! La supplico->

L’uomo si ricompose un attimo assieme alla stanza; mentre tutto si ricompone davanti a me, guardo il dottore sedersi a pensare per qualche minuto. Una parte di me vuole piangere, questo non posso essere io! Ci dev’essere qualcosa che io possa fare o possa dire…
Il dottore si riferì a me, con tono rassegnato:

<Vuole che ricominciamo dal principio?>

Io, contento di sentire questa frase, annuisco. Ho buona fiducia che ricominciare mi riporti sulla giusta strada; specialmente con questo dottore. Una nuova chance per iniziare le cose col passo giusto. Il dottore tirò fuori una serie di fascicoli mai visti prima; ne tirò fuori un paio e lesse per una decina di secondi. Proseguì raddrizzando la sua schiena, giungendo le proprie mani chiuse, e molto caldamente, iniziando il vero e proprio colloquio, come sempre abbiamo imparato a fare:

<Dr.Prp, abbiamo delle domande su CEA-032…>

Ed è così che inizia con le sue solite noiose domande; bla bla bla, non riesco più neanche più a seguirlo. Aah, però sì, riesco a ricordare quegli eventi, quelle notti ancora passate con l’anomalia.
Ogni giorno, quando il mondo dormiva, passavo all’interno della cella di contenimento e andavo a salutare il mio amico. Non portavo nulla con me, solo storie del mondo al di fuori. Io e Dr. Mon chiudavamo l’intera cella pur di non venir scoperti! Tutto doveva essere perfetto… Sotto il sasso vi si trovava una piccola piastrella incavata che, con un po’ di tenacia, si poteva rimuovere. Oh, quanti camici cambiavamo… Sotto questa piastrella, scavavo e scavavo fino a rivelare l’entrata di una piccolissima anticamera. Mon non volle mai avventurarsi assieme a me là dentro, ma io potevo rimanerci per ore laggiù. Mentre lui faceva da guardia, io mi calavo e calavo sempre più in basso fino a incontrare lui. In uno spazio angusto, giusto le dimensioni di due uomini, vi si trovava un piccolo altarino con una valigetta e due candele poste ai lati. Ogni volta che visitavo, vi gettavo altra cera e allungavo lo stoppino; pulivo un po’ in giro, e… quando tutto era pronto, aprivo la valigetta, e accendevo le candele. Dalla valigetta uscì lui… bellissimo… un essere completamente composto in cera; pallido come la luna, armato di un lungo bastone, scontroso e insofferente. Quest’ultimo non riusciva a controllare il suo corpo, sciogliendosi e riformandosi ogni secondo della sua esistenza. Condannato a vivere in un mondo in cui non può interagire. Condannato a vivere ogni volta che riaccendo il suo lume. Egli mi sbraita, prega, mi implora di dimenticarlo; che il suo nome non venga mai detto, che lo lasci riposare e mai riporti il dolore della vita in lui. E mentre lo osservo danzare in giro per la stanza nel suo stato semiliquido, cercando di maledirmi. attaccarmi, o pregarmi; tutto ciò è invano. Lui se lo merita. Lui è la più brutta delle persone che ho conosciuto… Ogni giorno con lui era una brutta giornata. Ogni giorno con lui, era un lunedì infinito. Ed anche se soffro… ne varrà la pena. Io non lo dimenticherò mai. Spendevo le mie giornate circondato dalla sua luce, impotente, a piangermi via i pomeriggi… lui è il mio miglior amico. Mi odia tanto quanto gli voglio bene.

<Dr.Prp! Dr.Prp, La prego…>

“..?”

<Si ricorda degli eventi legati al ritrovamento di CEA-032?>

“No dottore.”

“Non ricordo nulla.”

“Non ricordo nessuno.”

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