Mi è stato sempre insegnato, sin dalla tenera età, che il mio destino come patriota e protettore della mia patria fosse quello di morire. Negli anni, questa morale da loro imposta è sempre cambiata di tono… ho letto di chi la immortalava in poesia e di chi, più dannatamente, la criticava. Questi ultimi, perseguitati e ostinati a difendere il proprio voler vivere… furono i primi a soccombere al regime.
Oggi i ragazzi escono dai cinema col mento alto e i cuori sui fucili. Parlano di storie eroiche, di coraggio e vigore. Nessuno di questi ragazzi sapeva che il padre di ciascun amico aveva ucciso il proprio… noi li guardiamo con speranza e orgoglio, ma sono sicuro che, da quando l’uomo è uomo, non possiamo fare a meno di sentirci colpevoli e dispiaciuti per ciò che vivranno più avanti.
Anche loro, come me, dovranno combattere contro quel ritratto appeso al muro. Morire per dell’olio su tela…
Quando mi capita di camminare lungo il fiume, tra le sponde basse e cementate, vedo gente sempre diversa. Chi passa presso i ponti spesso non si rivede mai più. Nei giorni più freddi, mi concentro a guardare le piastre di ghiaccio che si formano sopra il fiume… ho sempre voluto saltarci sopra, da bambino. Il massimo che ho fatto è stato allungare il piede e spingerne una da sponda a sponda… tutt’oggi uno dei miei migliori ricordi.
Le cose che ho visto… le cose che ho visto.
Acqua sporca e pane nero
Mentra camminai per la strada, come consuetudine, il mio stomaco era in rivolta. Il mio mestiere mi costringe a avere poco controllo sui miei pasti – a volte dimoro a lungo senza mangiare niente solo per avere del pane a fine mese, altre volte riesco a mangiare giorni di fila. Nelle strade delle città non vi è più nessun gatto… nella miseria, nel freddo dell'inferno, senza mantenimento, quest’ultimi si avvicinavano alle case in cerca di calore. Noi, nella più dannata delle disperazioni, come concittadini, litigavamo a chi riuscisse a prenderlo per primo. Il sapore è un lusso che solo pochi possono assaggiare; nella costante nostra dipendenza dal grano, frumento e altri vegetali… la carne ti fa tornare ricco. La carne di un gatto in particolare è nota per la somiglianza alla carne di coniglio, quest’ultima spinta e trafugata all'interno delle gole dei nostri capi di stato. Ma noi uomini di città siamo i più fortunati… il governo distribuisce a tutti noi da mangiare e da bere, ma il prezzo… le enormi code davanti a ogni locale, l'interminabile burocrazia per un pezzo di pane. Ogni ora buttata ad un mercato è un’ora in meno in fabbrica che non ci possiamo permettere. Nonostante ciò, non mi posso lamentare. Mi ritengo abbastanza fortunato da permettermi un pomeriggio alla casa del tè: un posto locale non tanto frequentato… ci vanno solo quei pochi che hanno un soldo in tasca, per quanto valga ancora.
Lì ci sentivamo tutti più tranquilli – la specialità di oggi, del mese, e di tutti i giorni che poi verranno: è un tè forte con adirittura un po' di pane nero da inzupparci. La cosa migliore? Vi era spesso anche un camino abbondante di legna – in questi tempi duri… c'è chi butta la corteccia nel fuoco e chi nella zuppa.
Si poteva parlare di tutto e niente. Fortuna volle che incontrai un mio collega, sopravvissuto per miracolo nei nostri giovani anni di vecchiaia.
<Salve, compagno. Come va in campagna?>
il che risposi – "Lo sai che non mi comandan' le stagioni…"
Come da consuetudine, anche oggi ci siamo ritrovati. Non mi piace personalmente disturbarlo troppo ma… eh, i ricambi non si trovano mica da soli.
<Il sacco è pieno?> – mi chiese, il cui io risposi: "Mi servono più semi"
<Dopo la guerra?> – mi sussurrò – <Sei pazzo?>
Mi sentii colpevole a chiedergli tanto.
<Senti, se vado a ovest posso procurarti qualche vecchia serratura tra le macerie delle case ma…>
"SSh!…" – agitai brevemente le mani, rispondendo: "Avrai il tuo orzo alla fine del mese; ora sparisci da qui."
<Vi auguro buona salute…>, raggruppò velocemente i suoi possedimenti, pagò, riprese il cappello appeso all'entrata e uscì fuori dal locale.
È un brav'uomo… prese un proiettile per me. Letteralmente. Occasionalmente, a causa della scarsezza di abbigliamento, siamo costretti a indossare la nostra uniforme militare. La sua presenta ancora un foro che si rifiuta fieramente di cucire. Un proiettile destinato a me lo perforò nel petto.
La ferita fu ben centrata, ma in qualche modo l'uomo sopravvisse tra le mie braccia il tempo sufficiente da fare la differenza… lo portai in spalla fino al campo medico. I dottori si rifiutarono di curarlo.
In segreto, scavai in foga una buca a terra e mi misi a operarlo, nascosto da occhi curiosi.
Ora lui è un eroe di guerra… testimoniai che lui mi salvò la vita e ricevette una medaglia d'onore. Lui mi fece il favore di tenermi all'oscuro – scrisse nel suo report che riuscì a operarsi da solo e visse miracolosamente. Pover'uomo… gli fecero così tante domande…
Sfortunatamente, oggi ha commesso un errore. Mi fido di lui – è riuscito a evadere situazioni molto più difficili di questa. Io sono solo un uomo dagli abiti troppo spessi che può permettersi di frequentare la casa del tè. Mi son sempre preso cura di nascondere le mie tracce, ma menzionare l'ovest… qua dentro? È un desiderio suicida. Oggi non potemmo parlare… ma lui mi serve. È difficile trovare materia prima, specialmente dopo il periodo di guerra… ma lo stato, ladro, lo butta tutto in fabbriche per fabbricare nuovi fucili.
Nessuno mi si avvicinò per la durata del pomeriggio.
Paranoico, feci la cosa più saggia da fare…
Il cammino
Uscito dal locale mi guardai intorno. Col cuore in gola cercai di apparire con uno sguardo freddo e deciso. Camminando vidi molti dei miei pari fare lo stesso, solidali l'uno con l'altro, nessuno scambiava parola. Mentre camminavo sentivo la neve sotto i miei scarponi farsi sempre più dura, oggi nessuna carrozza girava per le strade ciottolate… parte di me spera che i cavalli sopravvivano quest'inverno. La prossima primavera non sarà migliore. Durante il disgelo, appena il paese prova a far respirare questa città senz'anima, fango e acqua rendono le strade impraticabili. Non sia mai poi che incontrassimo una macchina… invenzione del grande ovest, solo gli schifosamente ricchi potevano girare in un bolide. Per non contare il disprezzo… ogni qual volta ne vedo una, una pietra si manifesta fermamente ancorata alle mie mani. Se solo la polizia non girasse anch'essa in macchina… se solo potessi far qualcosa. Oggi non vi sono strisce nelle strade – ogni buca è riempita di neve. Forse è troppo freddo per uscire?
Mentre marciavo in avanti feci attenzione a non fare movimenti imprevedibili. Presi la strada più dritta in modo da potermi fare vedere, portai rispetto a ogni statua del nostro leader, camminai a testa bassa e mi feci gli affari miei, in silenzio, senza barlottare una parola. Non è un segreto che questo regime mi spaventa. Nella mia vita ho sempre voluto stare tranquillo e lontano da tutta quest'attenzione – ma voglio comunque poter fare la differenza, non posso rimanere immobile. Continuai per la strada ormai sicuro di essere seguito…
Calore
Giù per il fiume vi era un piccolo appartamento comunale. Era una casa condivisa da due famiglie, ognuna con stanze separate ma bagno e cucina condivisi. Il complesso era come un cantiere – alcune mura abbattute per creare una vista più ampia, ma con mattoni ancora visibili che mai verranno nascosti; tubature rubate dal pavimento con piastrelle rotte e mai risostituite. La terra gelata esposta dal pavimento aperto riempiva la casa dell'umidità esterna, fortunatamente: la famiglia possedeva un grande camino da loro costruito che rimediava a questo inconveniente. La casa manteneva il proprio calore grazie alle pareti esterne, protette e consacrate da entrambe le famiglie. Forse l'unica parte della casa davvero rispettata. Inutile dire che le due comunità collaboravano in armonia. Il pavimento era sporco di… una melma odorosa e pungente, ma alcune stanze erano tenute ben pulite e in ordine – tra cui la camera da letto e la stanza da giochi dei bambini, il cui accesso era molto ristretto data la privacy imposta dalle due famiglie l'una con l'altra. E poi c'erano le figure dell'ideologia… cielo quanto odio questo fanatismo…
Mi presentai da loro e venni accolto con grande sorpresa e reciprocata mancanza. Strinsi un paio di mani, salutai i ragazzi… oh se sono cresciuti!
Immediatamente iniziai a lavorare – all'interno del bagno, assemblato grazie all'aiuto congiunto di entrambe le famiglie, a cui ho personalmente contribuito a migliorare, vi è edificato un impianto di distillazione alto fino al soffitto. Aiutai con la selezione degli ingredienti per la prossima catasta di samogon. La pratica, ai tempi, era fortemente illegale… il proibizionismo rubò dai mercati ogni prodotto di contenuto alcolico. Questo causò nel paese la creazione di nuovi "lavori"… e il riconciliamento di famiglie rivali all'interno delle case comunali. Qui la storia si scrive da sola.
Accendemmo la radio e ascoltammo con piacere la musica suonata e cantata da essa emanata mentre preparavamo la nuova soluzione. Questo aiutava col rumore esterno… e avvisava i possibili clienti che il prodotto stava per essere servito.
Ma se la pratica è così proibita, vista adirittura come affronto diretto contro il regime e l’ideologia, perché scegliere proprio questo posto per sfuggire dalla polizia?
Ad ogni americano questa sarebbe sembrata una follia…
Infatti…
Neanche quindici minuti dopo il mio arrivo, come ben sospettavo, dei membri della GPU (una branca dell'amministrazione della polizia di stato) ci bussarono alla porta. Entrambe le famiglie si sbrigarono per mettere rapidamente in ordine la casa – mentre fui io che mi precipitai di corsa ad aprirgli la porta.
<Compadre!> – dissero stringendomi la mano e rapidamente invadendo la casa.
Quando arrivano loro, non c’è ospite più importante. Mai chiedono permesso, ma entrano sempre "benvenuti" quando e dove loro vogliano. Subito ci precipitammo tutti in bagno, il più vecchio stappò due bottiglie di samogon e le servì prima agli ufficiali e poi al resto della combriccola. Io educatamente rifiutai.
Ovviamente, gli ufficiali non pagarono… ci mancherebbe altro!
Condividemmo un pomeriggio di solidarietà tra guardie e ladri. Uno scenario un poco insolito… ma il distillatore è uno dei mestieri più rispettati in città. Se la polizia dovesse arrestarli tutti… non ci sarebbe più alcol per le strade – e i poliziotti sanno bene che se abusassero del loro potere rubando tutto l’alcol in riserva, con buona probabilità i distillatori non guadagnerebbero abbastanza per farne dell’altro.
Questo mestiere copre anche ogni sospetto che potresti avere sopra di te… è ovvio che hai segreti se lavori con l’alcol!
I più conservatori potrebbero dirmi: "Guarda che se continui così ti portano dentro quando vogliono loro", "rischi di finire in galera non appena uno degli ufficiali si stuferà di te". A cui io rispondo: "Ma che differenza fa se produco alcol o meno se possono già arrestarmi quando vogliono?".
Nel frattempo che loro bevessero i loro stessi problemi, io scelsi di rimanere astemio. Non perché necessariamente non mi piacesse l’alcol in generale, no, no… non mi fido di cosa ci mettono dentro, questo è tutto. Non è raro sentire storie riguardo alle persone che bevono quella robaccia… è spesso una bevanda forte ma cui distillazione scorretta o irresponsabile ha causato gravi effetti collaterali, tra cui vertigini; astinenza; spasmi; tremori; o nei casi peggiori morte per avvelenamento, accidentale o meno. Ma per quel che gli interessa, questo è un rischio che son ben disposti a correre.
Stanco, iniziai ad ascoltare la radio… cambiando a piacimento tra frequenza e frequenza con la punta del mio indice.
Oltre a notizie di stato e propaganda politica c’erano un paio di canali interessanti – tra varie letture di opere poetiche e inscenazioni teatrali si potevano ascoltare musiche patriottiche o canti tradizionali. C’erano anche avvisi tra cui, ironicamente, il divieto di consumare samogon; ma tra commedie, gazzette e altre orazioni vi era Lei.La donna
Una voce femminile cantava sola in una delle ultime frequenze della radio. Era una donna con un accento rurale, delle terre del grande est; ascoltavo il suo canto con ammirazione e profonda nostalgia. Il suo nome era "Anastasia".
Lei era una donna tanto fragile quanto gentile. Non voglio pretendere che anche lei non avesse i suoi segreti… ma sempre fu una figura a cui potevo malinconicamente sospirare. Ogni stazione radio è ormai gestita dallo stato – andarla a trovare è praticamente impossibile. Adesso che ci penso… alla casa del tè, non ho fatto in tempo a chiedere a quell'uomo che tanto tengo vicino cosa gli sia successo. I due sono ormai uniti in matrimonio da tanto tempo, mi chiedo come lui faccia a gestire una vita così vicino ai capi di stato.
L'ultima volta che parlai con lei fu di notte, in segreto, vicino alle sue stanze ma mai dentro le mura.
La prima volta lei sembrava basita, preoccupata, poco familiare con la situazione. Io, esperto, con le mani più sporche delle sue, con la faccia più brutta, la lingua più volgare – io quel giorno ero l'unico sereno.
Con le mani tremanti e occhi allungati mi disse: <Oh, dottore, io non so più che fare. Voglio tanto distanziarmi da lui ma… ogni volta che mi allontano, sento nel mio cuore un vuoto incolmabile.>
"So che è difficile. Ma come buona compagna, se l'amore è giusto, non c'è da aver timore."
<Ma vede, il motivo per cui sono venuta da lei…> – rispose ansimante – <…è che continua a succedere. Sono convinta che questa vita non è più la mia… ogni notte vado a dormire sfinita, con un enorme sonno addosso… e al mattino mi risveglio tardi senza aver alcun riposo. Sono convinta che questa vita mi stia uccidendo.>
"…Hai provato a parlargli?"
<Neanche lui ha rimedi. Nonostante la nostra convivenza sia vicina e amorevole… litighiamo sempre più spesso. Esiste medicina o erba che possa calmare questo mio disagio?>
"Sì, ma… se la causa del tuo malessere è il tuo sposo, perché non corri via?"
<È esattamente come le ho detto> – Anastasia si coprì d'istinto delicatamente la bocca prima di guardarsi intorno, con cautela – <Ho provato ad allontanarmi. Ma più tempo non sono al suo fianco e più… nervosa e paranoica mi sento. Non capisce? Ho bisogno della sua compagnia, delle sue parole, della sua presenza che sempre mi calma. Ho bisogno da lei qualcosa che mi faccia sopravvivere durante la notte.>
E così… iniziai a passargli farmaci, erbe, tisane, qualunque cosa potessi… ogni settimana, alla stessa ora, dello stesso giorno. Gli prescrissi persino alcol una volta. Però, come ogni buon appuntamento, lei si ripresentava sempre puntuale – non serviva neanche più che mi chiamasse in anticipo, la visita si fece consuetudine.
La situazione non migliorava, decisi da allora di rassenerarla nell'unico modo che conoscevo, come lo sporco e egoista uomo che sono. Mordendomi il cuore e piangendomi l'anima, un giorno ci incontrammo nel solito punto – la chiesi di seguirmi sotto una finestra di un ufficiale a cui passavo sotto ogni volta che facevo quella strada.
<Dove mi sta portando?> – disse, nascondendo un sorriso tra le sue labbra.
"Fidati di me" – risposi, con tutto il mio coraggio.
La istruii a fare silenzio mentre aspettavo l'ora fatidica.
Tra le persiane dell'ufficiale si riuscì a udire il suono di un disco riprodotto da uno di quei costosi grammofoni che solo i capi di stato potevano permettersi. Ed ogni sera, alla stessa ora, a quel mangiapane a tradimento gli viene voglia di ascoltare un po' di musica. Ma non un ritmo familiare, no no. Scoprii solo successivamente che quelle note mai furono suonate da nessun cantante compatriota. Niente propaganda, niente manifesti o storie di martiri, finalmente: pura musica.
Era un suono mai sentito da persone come noi. Entrambi non avremmo nemmeno dovuto essere lì.
All'inizio, ebbi paura di spaventarla. Vederla vicino a me, sorridente, entrambi in pericolo, ma tranquilli e sereni… mi riempì di speranza. Faceva freddo, i lampioni a gas illuminavano la strada e i fiocchi di neve, che lenti cadevano sul bianco della città abbellita dal buio. Era la mia ultima opportunità per tornare indietro, per lasciar perdere.
Lei mi guardò con due occhi lucidi e vivaci. Mi chiese:
<E allora… che facciamo?> – ridacchiando, con la mano al petto.
Dimenticò completamente delle poche pillole che dovevo consegnarle. Voleva stare bene. Io volevo, per una notte, donarle il sonno e la tranquillità che così disperatamente mi stava chiedendo. Domandai nella mia mente perdono al suo sposo, amico mio dei più cari…
Allungai una mano verso di lei, palmo rivolto verso l'alto. Lei, delicatamente, appoggiò quattro delle sue dita sulle mie, e col resto della mano strinse forte.
Velocemente lei mi spinse indietro muovendo energeticamente i piedi a ritmo di musica, il quale io seguì. Ballammo per tutta la notte a suon di grammofono. Lei quasi volava – era di molto più energica di me. Mentre scivolavo sulla neve, lei sciava al prossimo passo e giro di vita. Non sapeva neanche lei dove volesse andare, ma ci stava arrivando – e io la seguivo. Sul suo viso vi era impresso il più grande sorriso che mi ha mai donato finora. Sotto di noi la neve si scioglieva, rivelando solo del ghiaccio e quel poco di strada che rimaneva. Sopra le nostre teste, ormai d'ora tarda, la moglie dell'ufficiale ascoltava il nostro silenzioso chiasso di risa e parole – e mentre il marito ronfava, non avendo il cuore di fermarci, con la pazienza di una buona madre di famiglia, si sedette pazientemente con i dischi in mano a cambiarli, ancora ed ancora solo per poterci osservare sbagliare un altro ballo. Fino a quando, finalmente, Anastasia quasi perse l’equilibrio e staccò d’istinto le sue mani dalle mie.
Ridendole scherzosamente le chiesi: "Tutto bene?"
A cui lei rispose: <Whoah – sto iniziando a sbagliare i passi…>
"Te la senti di continuare?" chiesi preoccupato.
<Penso che sia il mio segnale per tornare a casa…> – rispose timidamente – <Mille grazie, dottore, mi è stato davvero caro.>
"Di niente. Posso chiederle una cosa prima che ci separiamo?"
<Certamente.>
"È da un bel po’ di tempo che volevo chiedertelo, ma per rispetto e cortesia non ne ho mai avuto il coraggio: ma lei, se sposata, perché continua a chiamarsi Anastasia?"
<Oh, dottore, dottore, dottore…> – rispose, predicandomi – <Non dovrebbe fare queste domande a una signora.>
"Mi perdoni."
<Vi auguro buona salute, compadre!>
Dopo quel giorno continuammo per un breve periodo a vederci sempre più frequentemente – con o senza medicine, poco importava. Sfortunatamente, questi incontri divennero sempre meno frequenti dopo che iniziò a lavorare per il governo. Eventualmente, smettemmo di vederci del tutto.
Ed ora, eccomi qua. Ricordandomi della sua voce tramite una frequenza radio dentro un condominio condiviso. Un agente, marcio più del pavimento, si avvicinò a me chiedendomi: <Eeeh, ti piace la musica eh? Lei è la miglior cantante del distretto> – prima di singhiozzare.
Gli risposi: "La conosce?"
<Ovviamente! È la moglie di quel… rurale lì, campesano, analfabeta là> – disse mordendo il collo della bottiglia, ancora affogandosi in samogon – <Vive giusto due blocchi dal palazzo di stato, tutti la conoscono.>
L’agente si girò di colpo e camminò verso il muro opposto alla mia posizione. Non mi è chiaro quale fosse il suo intento… ma la notizia mi fece riflettere.
Preludio
Dopo la giornata, tornai a casa a riascoltare la stessa frequenza radio. Dopo tutto questo tempo, la sua voce era ancora intatta… mi chiesi, riferendomi al marito: "Perché lui non mi parla mai di lei? È sempre lavoro qui, lavoro là… mai gli ho sentito parlare di sua moglie, perché?"
Rimasi sveglio la notte a ripensare a tutti quei ricordi, i discorsi, le scuse…
"La moglie dovrebbe essere fonte d'orgoglio… perché nasconderla in questo modo? Sarà mai che… anche lui si sia stufato?"
Sotto lume di candela, con la testa pesante e le palpebre cadenti, mi trascinai alla mia scrivania. In un cassetto, da me ben curato, tirai fuori tra le dozzine di ricette e pazienti il fascicolo di Anastasia. Rilessi tutto quel che mi disse… Ai tempi, non esisteva cura che potesse definitivamente sanare ogni suo male. Io, umile servo della medicina del mio tempo, non riuscivo a trovare nessun rimedio efficace abbastanza da risolvere la sua condizione. Il che mi fece arrabbiare… potei fare tante cose, ma ne fui ampiamente incapacitato… e mai mi sarei consegnato allo Stato! Queste cure già le avevo inventate, io! Erano semplici da assemblare, facili da reperire con i contatti giusti… più riguardai la sua cartella e più idee mi sorsero nella mia mente.
Riempii la mia borsa medica di tutto il necessario. Strumenti di tutti i tipi, erbe, buste, pillole… ricontrollai più volte di essere preparato a tutto. Più continuavo e più mi sentivo che la mia decisione era sempre più definitiva. Passai tempo anche a reinventare altri sieri… giocando col mio piccolo laboratorio fatto in casa coi rottami di una vecchia artiglieria rubata al fronte.
Passavo il tempo a contare ogni goccia in ciascuna fiala… ognuna di queste poteva salvare qualcuno. Una goccia… una cesta di pane, un giorno in più di vita per una famiglia in digiuno. Un'altra goccia… un giorno in più in fabbrica per un operaio malato disperato per quattro soldi. Un'altra goccia ancora… denaro rubato dal popolo e donato a me, me! Ogni mio atto, anche se per salvare una sola persona, causa la sofferenza di mille altre. Ogni giorno che rimango in vita è un giorno di rimpianto.
Nonostante ciò, provo a fare le cose bene. Rimediare ai miei errori, anche se significa comprare ancora un po' di tempo. Se il pubblico lo venisse a sapere… non troverei più pace. Non potrei più aiutare nessuno. Potrei unicamente ferire.
Mentre la luce di candela si appannava, finii di migliorare la mia postazione, il mio piccolo santuario per creare medicine è adesso completo… presi un piccolo bisturi dalla mia sacca e pensai a come battezzarlo - decisi poi di inscriverci da un lato: "Non nuocere", nella speranza che mai venga usato per la creazione di veleni o armi chimiche al prossimo sfortunato abbastanza da entrarne in possesso.
Col mio nuovo arsenale a me acquisito mi ritrovai davanti a una difficile decisione.
È passato tanto tempo… la mia presenza non sarà la benvenuta. Quello che avevo intenzione di fare era ingiustificabile. Ho passato troppo tempo a dovergli una cura e mai sono riuscito a fornirgliela. Ho lasciato passare troppo tempo… ora che so come raggiungerla, posso rimediare a quello che ho fatto. Non importa quanta attenzione attragga… questa è la mia ultima possibilità per rimettere le cose in pari e sparire dalla sua vita come si deve.
Ma senza le giuste precauzioni non riuscirò mai a incontrarla… senza contare che rischierei di mettere la vita del mio amico in pericolo.
Girai per la stanza e svuotai tre dei miei scomparti segreti (in questi tempi non ne hai mai abbastanza) e presi in mano tre delle mie più fidate pistole. Ne basterebbe una… ma col rischio di questa missione tre colpi dovrebbero essere sufficienti. Vorrei portarne di più, ma verrei sicuramente fermato per strada… i miei abiti sono già troppo spessi, non posso farmi vedere in quello stato.
Prima di riposare analizzai di nuovo le mie opzioni. Potrei continuare la mia vita, pentendomi di non aver fatto nulla e lasciando Anastasia solo come un distante ricordo di un errore commesso dal me del passato. Per quanto ne sappia, potrebbe ancora essere in vita, magari curata da sola dei suoi sintomi e il mio intervento sarebbe solo eccessivo.
Oppure potrei controllare di persona. Fare una visita medica, come il buon uomo di professione che sono, per assicurarmi che tutto proceda bene. Lo farei gratuitamente, nessun uomo di famiglia rifiuterebbe questo trattamento per la propria sposa…
Potrei anche donare le cure in modo anonimo. Nessuno ha bisogno di sapere il mio nome se le mie fiale funzionano… anche se c'è il rischio che non le prenda per puro sospetto.
La decisione si faceva pesante. Eventualmente, sentii il peso del sonno mettermi a dormire… domani ho un incontro con suo marito, col quale ho lavorato a lungo… forse la decisione più saggia è semplicemente chiedergli il permesso. Dopo tutto quello che abbiamo fatto assieme è il minimo che mi deve.
La casa delle suppliche
Il giorno successivo, rapidamente mi alzai dal letto, con gli stessi vestiti di ieri, e radunai le mie cianfrusaglie. Chiusi tutto a chiave e mi incamminai, pensieroso, diretto al luogo dell'incontro. Mi preparavo mentalmente il mio miglior discorso con le mie migliori scuse. Ero nervoso, camminai a passo veloce e senza accorgermene arrivai quindici minuti prima dell'orario prestabilito. Mi sedetti ad aspettare, solo, preoccupato, nel mezzo della casa del tè.
L'uomo arrivò in orario, come consueto - anche lui in ansia, con occhi fissi su di me, si presentò animato. Egli si avvicinò a me con lo stesso fascino di un bambino davanti ai suoi regali di Natale. Mi salutò calorosamente, non perse tempo, seppe cosa volevo e dove prenderlo: con grande emozione mi annunciò:
<Allora, forse ho un treno carico di semi diretto alla stazione. Ma non sono i tuoi semi. Sono diretti in magazzino per un terzo ente. Se non ci sono incidenti, il carico arriverà in magazzino sano e salvo. Sfortunatamente, questo vorrebbe dire però che non ci sarebbero più semi sul mercato da poterti dare per un bel po' di tempo. Li otterresti comunque, solo che ci vorrà un sacco di tempo.>
Un po' basito, risposi: "Buongiorno anche a te. Senti, posso aspettare, non ho urgenza di alcun tipo…"
<Andiamo!> - cercò di spronarmi - <Se accetti nessuno lo verrà a sapere. Avrai i tuoi semi per mesi. Mesi! Ho controllato tutto, i cani non controllano il gregge e conosco un paio di lupi che potrebbero causare problemi… questa è l'occasione che viene una volta nella vita.>
"Passerò." - dissi con i nervi di carta vetrata.
<Aah!> - disse ingrugnando le sopracciglia, e con voce aspra e arrogante mi rispose: <Suvvia… dov'è finito l'uomo che ho conosciuto tutti quegli anni fa? Lo stesso che rischierebbe tutto per noi?>
"La vita è differente ora."
<Eri l'uomo più spensierato che conoscevo. Anche sotto la mitragliatrice, al fronte, eri uno dei pochi che sapeva mantenere la calma. Se c'era da correre contro il filo spinato, lo facevamo assieme. Ti ricordi quella volta che hai rubato dal capo reggimento del tabacco solo per farmi fumare un po'? >
"Io non ho fatto nulla del genere, che dici?" - mi affrettai a correggerlo -
<Sei diventato troppo comodo. Andiamo… tanto sei già ricercato, ti possono sbattere in galera quando vogliono. Un rischio in più non ti cambierebbe niente - e poi so quello che sai fare! Sei la persona più potente dell'intera città!>
"Zitto! Io non sono nessuno! Non ho una moneta al mio nome… non mangio più del tuo normale concittadino. Sono miserabile come tutti noi! Perché tutto ad un tratto pensi di essere intoccabile? Siamo tutti a rischio qui, te compreso… e non verrò trascinato in un'impresa suicida solo perché mi salva un mese di lavoro."
<È la tua scelta…> - l'uomo si toccò i baffi prima di proseguire - <certo che… per essere l'uomo più libero della nazione… non puoi fare nulla.>
"…" - lo osservai rassegnato, stringendo i pugni, furibondo dalla paura di perdere l'ultimo rispetto che mi è rimasto.
<Sei fortunato che ti copriamo le spalle> - disse alzandosi e sporgendosi verso di me, dandomi due pacche sopra di esse. La mia faccia, rossa come la nostra bandiera, lottò con tutta la sua pazienza per non causare troppo chiasso. Mi calmai, e per bene di causa maggiore, mi azzittii, e gli chiesi, prima che se ne potesse scappare:
"Senti… ci conosciamo da un po' di tempo ormai…"
<Mhm?>
"Ho una buona ragione per chiedertelo, quindi spero che perdonerai la mia curiosità: perché non parli mai di Anastasia? È tua moglie… sai che ci conoscevamo, conosci delle medicine che le ricettavo. Nonostante sia una persona vicina alla tua vita… non spesso ne parli volentieri. Nessuna vacanza al mare da raccontare… nessuna attività in montagna, gita al lago, anniversario o festa di compleanno… non hai mai condiviso niente con me. È successo qualcosa che dovrei sapere?"
L'uomo pensò a lungo prima di dare una definitiva risposta: <Il mio lavoro non mi permette di poter mantenere entrambi in un tenore di vita stabile. Non è che non mi fidi di te, ma non voglio entrare in questo tipo di discorso quando si parla di lavoro… siamo poveri, non ci sono vacanze… non ci sono gite… né compleanni né anniversari. In più… Anastasia è sempre più presa con il suo lavoro al governo… non vuole dirmi quanto guadagna e io non lo voglio sapere. La verità è che… per continuare a fare quello che facciamo… son stato costretto a distanziarmi da lei. Abitiamo sotto lo stesso tetto e questo mi riempie di gioia… abbiamo pesci più grandi da prendere. Ogni giorno lei si sente leggermente peggio del precedente e… nessuna cura ha sembrato funzionare. Ogni giorno lei ci lascia sempre di più.>
"Perché non me l'hai detto prima?"
<Devi anche tu vivere la tua vita. Hai già fatto tanto per noi… nessun dottore è stato in grado di aiutarci e stiamo finendo i soldi. Anastasia ti ringrazia ma… lei ha già accettato che un giorno anche lei morirà. Per quanto mi sia costato ammetterlo…> - l'uomo inspira - <… lei ha ragione. Lei andrà giù a suoi termini. Lavora ogni giorno per rendere questo posto migliore… e io non posso essergli vicino. Io e lei lavoriamo per lo stesso obiettivo; ho imparato a rispettare la sua decisione.>
"Fammela visitare, non ti toglierò un soldo!" - risposi, quasi per comandare.
<Lei sarà arrabbiata. Per favore… lasciala dormire, ha bisogno di riposare.>
Annuii la testa, emozionalmente distrutto da questa sua richiesta. Pagai il mio conto, lo salutai e abbandonai il locale. Qualcosa dentro di me sapeva che quella non era tutta la verità… "Come può suo marito parlare così di sua moglie?" - Tornai a casa e aspettai la notte.
La calma
"Come può rifiutarmi così?" - mi gridai in lamento - "Questa era la mia unica possibilità… ma chi si crede di essere!?" Camminai avanti e indietro per le mie stanze, occasionalmente fermandomi, sorreggendomi ad ogni ripiano per pensare più chiaramente. Cercavo di distrarmi ma la domanda era sempre la stessa: "Perché!?".
Non aveva senso. "Lui che chiede a me di star tranquillo!? Lui SA che io POSSO curarla". Sospirai, mi incamminai verso il bagno in cerca di uno specchio. Nervosamente, presi un pettine e iniziai a pettinarmi, aggiustai il mio vestito e raddrizzai il mio colletto.
"Forse non si fida più di me…? Cioè, l'ho visitata tante volte, quindi ha ragione a non fidarsi…"
Ritornai in camera con l'intento di rifare l'inventario all'interno della mia borsa medica. Ordinai tutto in ordine alfabetico… ma non riuscii mai a convincermi in base a cosa. Ingredienti? Nomi? O forse avrei dovuto ordinarli per data di scadenza o data di acquisto?
"Mi ha praticamente chiamato un codardo…"
Controllai di nuovo ciascuna pistola nel mio giubbotto. Aprii il cilindro e contai i proiettili… "Uno… uno… ed uno". Tutte le pistole erano completamente cariche. Mi chiesi con quale ordine avrei dovuto rimetterle nella giacca… in che posizione… longeva fu la decisione se mantenere o togliere la sicura.
"No no… lui non sa che so il suo gioco. Ehh… chi si crede di essere per toccarmi!? Di fronte a tutti!"
Procedetti poi a distruggere tutto il mio laboratorio… nascosi tutti i miei averi, bruciai tutte le lettere, cartelle, ricette… salvai solo i miei documenti, che portai con me.
"Lui pensa che non farò nulla. Io mi fidavo di lui… ho fatto tutto così bene… ed è LUI che ha rovinato tutto… no, io sono stato impeccabile. È colpa sua."
Ripensai ai trattamenti da me proposti a Anastasia, cosa mai sarebbe potuto andare storto: alcune delle medicine che gli avevo consigliato di prendere, molte di cui direttamente comprate di tasca mia, ebbero forti danni collaterali.
La mia incapacità nel realizzarlo, al tempo, mi fece dubitare delle mie capacità di dottore…
…con la mente più chiara, pensai di aver combinato le pastiglie sbagliate…
poi; magari pensai: "Mangia al palazzo statale, lì sono ricchi, sicuramente c'è qualche cibo di cui non sono a conoscenza… qualcosa di incompatibile…"
pensai all'avvelenamento: "Ma no! È amata da tutti… e poi, sarebbe già morta se fosse stata avvelenata."
Mi ricordai le parole di quel generale e rintracciai la casa degli sposi. Oggi sera, finalmente, dopo tempi innumerevoli d'attesa, mi ritrovai davanti a casa sua. Più volte si era trasferita, mai prima d'ora riuscii a rintracciarla… mai prima d'ora l'avrei davvero voluta.
"Magari le medicine erano scadute…?"
Girai intorno al condominio privato della coppia in cerca di un'entrata. Di nuovo, questa era la mia ultima occasione prima di fare qualcosa di insensato. Il mio segnale per tornare indietro prima di provare a nessuno quello di cui non sono capace. Ma cosa sarebbe successo se nulla avessi fatto…? Un amico di cui inizio a dubitare… in una nazione senza fiducia. Facendo morire una donna che avrei potuto curare… in preda a un marito che non più la rispetta. Le cure erano già pronte. Tanti hanno sofferto per riuscire a fabbricarle…
"Volevo solo passare più tempo con lei…" - mi dissi. Dopo tutto, quale male avrebbe mai potuto fare una visita?
La casa del caffè
Avvistai una finestra vicino a una grondaia a muro. Tutta la città dormiva… mi feci coraggio e iniziai a scalare. Aprii la finestra ed entrai nel condominio, tutto con la massima discrezione.
Nonostante l’esterno apparisse conforme a uno stile di vita umile, l’interno era tutto un altro orrore.
La casa era adornata da dettagli e rinforzi in pietra chiara, sorretta da colonne neoclassiche e cornicioni intagliati, importati da chissà dove. Le finestre erano alte, incorniciate da tende pesanti di velluto cremisi, sbiadite ma intatte. L’ingresso principale conservava ancora il portale in ferro battuto con l’iniziale della famiglia incisa: ma solo dall’interno!
Il pavimento era rivestito da parquet, coperto dai più costosi tappeti persiani. La casa era a due piani… i soffitti erano alti, decorati con storie di guerre, sacrifici, martirii…
Ciascun mobile era una meraviglia in legno… ma nulla mi distrusse più il cuore di un gigantesco pianoforte a coda nel salotto.
Mi appoggiai al muro: la vista di tutto ciò mi creò un disgusto tale da provocarmi le vertigini. Mi rifiuto di descriverli oltre.
Mi spinsi tra le stanze a cercare quella che era la camera matrimoniale…
Quando la trovai, con la pistola in mano, socchiusi leggermente la porta con l’intento di guardarvi oltre. Il letto era da due, ma solo il marito vi dormiva - sul comodino, vicino a lui, alla sua destra, vi erano tre piccole latte di pastiglie nominate Veronal.
Confuso, pensai: "Probabilmente ha problemi a dormire…" - chiusi la porta della stanza e cercai per il resto della casa. Era lui… era davvero lui. Ancora non riuscivo a credere che si potesse permettere tutto questo… tutto davanti al mio naso.
Studio matto e disperatissimo
Entrai in un grande studio, ben adornato, curato e pulito. Sulla scrivania, Anastasia dormiva serena, chinata in avanti sui fogli, accanto a una bottiglia di vodka. Erano anni che non ne vedevo una…
Alla sua sinistra, una serie di stili, ancora con l'inchiostro di recente preparato, giacevano immobili sul legno d’abete. Intorno a lei, scaffali e scaffali di libri si estendevano fino al soffitto, ognuno di autori borghesi. Vicino alle molteplici candele accese vi era una piccola custodia aperta con dentro degli occhiali, tenuta con massima cura sopra un tessuto in velluto con le sue iniziali ricamate.
La sedia in cui dimorava era a schienale alto e imbottito, con molteplici ricami, alcuni sbiaditi, altri no, tra cui uno dorato di un’aquila bicipite. I braccioli erano spessi e scolpiti a mano, ricurvi e rigidi – terminavano con una testa di leone scolpita.
Ritirai la pisola, mi avvicinai e la scossi gentilmente:
"Svegliati… svegliati…"
Ma lei non rispose. Visibilmente scosso, tremante, iniziai a controllare per segni vitali… la pressione era estremamente bassa, il battito era presente ma debole – la sdraiai a terra per una maggiore analisi. Non era morta… controllai ogni segno, svaligiai la mia borsa medica, ma presto realizzai che probabilmente era solo un comune caso di coma etilico…
La temperatura del corpo di Anastasia era regolare. Iniziai a ragionare… controllai la percentuale alcolica della vodka da lei ingerita… ma sapevo che Anastasia era capace di bere molto di più di così…
Pelle tirata, troppo rugosa rispetto alla sua età. Aprii uno dei suoi occhi: ne controllai la reattività in cerca di indicazioni su cosa potesse essere, ma nulla di anormale. La ragazza della radio… ora svenuta a terra in uno stato pietoso… iniziai a chiedermi come si fosse arrivati a tanto. Tanto trascurata, abbandonata…
Iniziai a controllare sotto gli estremi delle maniche, e fu lì che iniziai a vedere. Il braccio era segnato da tanti piccoli puntini rossi. Non riuscivo a capire. In passato aveva menzionato dei pruriti ma… nulla di così severo, non me lo sarei mai potuto immaginare…
Continuai a indagare, e le mie scoperte mi attonirono. A contatto con la pelle vi erano decine di garze, ognuna ricoperta e impregnata di un qualche liquido… le tolsi tutte velocemente, mi sedetti alla scrivania per cercare di capire da cosa fosse composto quel materiale. Aveva un odore acre, pungente, simile all’ammoniaca, ma non riuscivo a capire cosa potesse essere. La sua applicazione causava sfoghi sulla pelle…
"Ma me l’avrebbe menzionato! Se questa fosse stata la causa, me lo avrebbe detto!" - pensai, mentre mi sforzavo di trovare una spiegazione. Ma tutto questo… non spiegava il coma. Poi pensai: "E se non fosse un coma…? No… è impossibile."
Dopo continui pensieri e mal di testa, realizzai quale fosse il contenuto delle garze.
L’emozione fu tanto forte che mi fece cadere a terra. Ogni pelo sulle mie braccia si rizzò. Iniziai a pensare: "No… perché? Tutto questo tempo..? P-perché?" Strinsi le garze tra le mani in cerca di consolazione. Non avevo ancora capito bene tutta la soluzione… ma ne riconoscevo la puzza. Emanavano un forte odore di nicotina, una sostanza facilmente reperibile nell’Est… e questo spiegava tutto. I tremori… la dipendenza. Il sonno imposto dal marito…lei non sapeva niente della garze…
"Ma perché!? Un pugnale al cuore sarebbe stato meno crudele…" - dissi, mentre asciugavo i miei occhi, dirigendomi verso Anastasia. La guardai… giurai di memorizzare ogni nuovo sintomo, ogni ruga, ogni imperfezione. Aggiustai il suo vestito da sera, cercai nella mia borsa un antidoto nella speranza che si risvegliasse. Una volta completata la somministrazione delle cure, la osservai lentamente mostrare segni di movimento…
Dovevo correre. Dovevo scappare da quelle mura, ma come potevo? Se me ne fossi andato, sarebbe tutto ricominciato da capo. Pensai attentamente a questa mia decisione… provai a negoziare con me stesso: "Forse non è stato lui… forse è un malinteso, parlaci! Ci dev’essere una spiegazione!"
Ero stufo di aspettare. Ero stufo della vita impostami fino a quel momento.
Presi una lampada a olio presente nell’ufficio e scesi le scale ancora una volta, a passo deciso. Calciai la porta della stanza matrimoniale e vi lanciai dentro il fuoco vivo della lanterna. Questa colpì il comodino, facendo cadere le numerose pillole precedentemente ubicate. Mentre corsi al piano di sopra, di fretta, sentivo il marito imprecare; notai, furibondo, che nel suo tentativo di sfuggire all’incendio non tentò neanche una volta di chiamare il nome di sua moglie – il che mi rese solo più determinato. Il che, eventualmente, armato di falce in una mano, lo portò ad avvicinarsi al secondo piano a caccia dell’intruso.
A riposo, soldato.
Irruppi nello studio sperando di essere ancora in tempo. Anastasia era sul punto di svegliarsi. Rapidamente cercai di sollevarla e portarla il più vicino possibile alla finestra, per un po' d'aria. Il fumo stava già raggiungendo i piani alti: dovevo solo guadagnare ancora un po' di tempo.
"Dannazione! Svegliati!"
La appoggiai a terra e aprii con forza la finestra. Mi affacciai e, preso dall’emozione, non me ne resi conto prima… ma la caduta era troppo ripida per una discesa.
Il fuoco si stava espandendo velocemente – dal piano di sotto, le travi del soffitto cominciarono a cadere sul pavimento. Una di queste colpì il pianoforte, facendo risuonare ogni nota allo stesso tempo. Iniziai a tossire, non c’era rimedio. Mai avrei potuto immaginare che il fuoco si sarebbe propagato tanto in fretta.
Per poter uscire da lì… dovevo passare dalla porta principale.
Presi in braccio Anastasia e mi diressi verso l’uscita dello studio, con la speranza che il marito, nel suo buon senso, avesse già evacuato lo stabile.
Per nostra sfortuna, a pochi passi dalla porta, egli irruppe nella stanza. Il suo aspetto era iracondo, metà dei capelli già bruciati dalle fiamme. I nostri sguardi si incrociarono, e io risposi calando nuovamente Anastasia al suolo.
L’uomo mi urlò:
<Tu…! Ma cosa ti ho fatto per meritarmi questo!? Morirai come il vecchio pazzo che sei sempre stato…! Pensavo di potermi fidare!> – tossì, poi si riprese – <Sei un folle…!>
Vestito nella sua solita uniforme militare, iniziò ad avvicinarsi, falce in mano e occhi segnati dalla rabbia. Anch’io, nella mia vecchia uniforme, feci rapidamente un passo indietro e allungai la mano verso una delle mie tasche interne.
Presto, due uomini in uniforme si trovarono l’uno contro l’altro, un’arma puntata: una falce contro una pistola.
<Tu non oseresti…> – mi guardò con tono di sfida – <Se spari quell’arma, tutta la nazione saprà di te! Tutti! Ti maledirò e ti perseguiterò per sempre nella mia tomba! Il tuo nome sarà sopra ogni giornale, ogni guardia ti darà la caccia! Neanche Dio ti potrà salvare!>
Lo disse con una voce strillante, spargendo bava e rabbia dalla bocca.
Io lo guardai con uno sguardo severo, calmo, sicuro. E lui riconobbe quello sguardo… la stessa posa che per anni avevamo condiviso assieme sul fronte. Lo stesso sguardo che gli aveva salvato la vita…
Vidi ogni muscolo del volto dell'uomo rilassarsi in un'espressione di puro timore. Le cose che ho fatto… le cose che ho fatto.
<Per favore…> - riuscì a malapena a mormorare.
Mirai al centro del petto. Premetti il grilletto della mia arma e, per un attimo… solo un attimo… il mondo intero era in ascoltò, in silenzio.
La canna dell’arma venne distrutta istantaneamente: in direzione del mio vecchio collega fu liberata tutta la potenza di un colpo d’artiglieria, che lo disintegrò all’istante, assieme al resto della casa dietro di lui. Nei secondi successivi, il colpo perforò il pavimento e spinse il corpo fino al piano terra, dove l’urto fu talmente violento da spegnere buona parte dell’incendio e far crollare metà dello stabilimento.
Il rumore assordante mi fece sanguinare i timpani.
Rapidamente, le sirene meccaniche della città iniziarono a suonare. Lo studio in cui rimanevo in piedi si reggeva ormai solo grazie a una porzione già decadente della casa.
Mi voltai, solo per essere accolto dal volto, sveglio e spaventato, di una donna che aveva perso tutto. Paralizzata dalla paura, non riuscì nemmeno a trovare il coraggio di chiedere aiuto.
Buttai l’arma distrutta a terra e camminai verso di lei. Anastasia reagì agitandosi, cercando di raggiungere la finestra.
Mentre il pavimento si sgretolava dietro di me, la guardai, con le lacrime agli occhi, e le dissi:
"Posso sistemarti. Posso sistemare tutto… non ti preoccupare.
Tutto andrà bene.
Fatti aiutare… ti prego…
ti ricordi di me?"


